IL PICCOLO CIMENTO
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Articolo di Giulio Bresciani

faraday-ioni

Parole come ione, anione, catione, anodo e catodo sembrano oggi termini inevitabili della chimica e della fisica. In realtà furono inventate tra il 1833 e il 1834 durante le ricerche di Michael Faraday sull’elettrolisi. Attraverso lettere private, discussioni filologiche e confronti con studiosi come Whitlock Nicholl e William Whewell, Faraday cercò di costruire una nuova terminologia capace di descrivere fenomeni ancora poco compresi senza vincolarsi a teorie che riteneva incomplete o potenzialmente errate. L’articolo ripercorre la nascita linguistica dei principali termini dell’elettrochimica moderna, mostrando come la costruzione del linguaggio scientifico sia parte integrante dello sviluppo della scienza stessa.

Introduzione
Parole come ione, anione, catione, anodo e catodo ci sembrano oggi inevitabili. Le incontriamo nei libri di scuola, nei corsi universitari, nei laboratori e perfino nella divulgazione scientifica più elementare. Sembrano termini esistiti da sempre, quasi naturali, come se descrivessero concetti che la scienza ha semplicemente “scoperto”.
Eppure, non è andata così.
Queste parole furono inventate in pochi mesi, tra il 1833 e il 1834, nel pieno delle ricerche di Michael Faraday sull’elettricità e sulla decomposizione elettrochimica della materia. Nacquero attraverso lettere private, discussioni filologiche, dubbi teorici, ripensamenti continui e perfino problemi di pronuncia.1 Prima di diventare i termini che oggi utilizziamo quotidianamente, furono proposti nomi alternativi, molti dei quali oggi appaiono quasi bizzarri.
La loro storia mostra un aspetto della scienza che spesso dimentichiamo: le teorie scientifiche non evolvono soltanto grazie a nuovi esperimenti, ma anche attraverso la costruzione di un linguaggio capace di descrivere fenomeni ancora poco compresi. Nel caso di Faraday, il problema era particolarmente delicato: egli intuiva infatti che le teorie elettriche del suo tempo fossero incomplete, o addirittura errate, e desiderava quindi creare termini che potessero sopravvivere anche a un futuro cambiamento delle idee scientifiche.


Contesto storico-scientifico
Per chiunque oggi si sia anche solo affacciato allo studio della chimica, anche al livello più elementare, non sorprende che un atomo possiede elettroni che possono essere ceduti o acquistati. Allo stesso modo (anzi, probabilmente per un pubblico ancora più ampio) non appare affatto insolito associare la corrente elettrica ad un flusso di elettroni in movimento.
Per Michael Faraday (1791-1867), però, tutto questo non era affatto scontato.
Siamo a Londra, alla Royal Institution of Great Britain. È il 1833 e Faraday è nel pieno delle sue ricerche sulla decomposizione delle sostanze (i “bodies” come li chiama lui) mediante l’uso dell’elettricità.2 Ciò che osserva è che questi corpi si separano producendo nuove sostanze, come ad esempio ossigeno ed idrogeno, che si sviluppano ad un polo (così venivano chiamati gli elettrodi) oppure all’altro.
La scoperta dell’elettrone avverrà circa 64 anni più tardi, quasi 30 anni dopo la morte di Faraday, ad opera del fisico britannico Joseph John Thomson con i celebri esperimenti sui raggi catodici. Faraday, quindi, non può ancora comprendere cosa stia realmente accadendo nel più intimo della materia, eppure, è convinto di trovarsi di fronte ad un fenomeno fondamentale.
Faraday, inoltre, non è nemmeno certo che la teoria e il linguaggio che sta elaborando siano del tutto corretti. Lo scienziato inizia infatti a rendersi conto che molte delle parole utilizzate per descrivere i fenomeni elettrici incorporano ipotesi teoriche che potrebbero rivelarsi sbagliate. Questa consapevolezza lo porterà, nel giro di pochi mesi, a intraprendere una vera e propria ricerca di una nuova terminologia.
Ma non affrettiamo i tempi e andiamo con ordine.


L’esperimento di Faraday
Nel corso degli anni spesi nella ricerca sull’elettricità, Faraday condusse innumerevoli esperimenti con differenti apparecchiature.4 Tra questi, uno degli esperimenti che più probabilmente spinsero Faraday alla ricerca di una nuova terminologia fu quello condotto mediante l’apparato che egli stesso descrive come “molto più comoda ed efficace per le decomposizioni chimiche mediante elettricità comune 5 (Figura 1).

Figura 1. Rappresentazione dell’apparato utilizzato da Faraday per gli studi di decomposizione elettrochimica.

Su una lastra circolare di vetro venivano posti due fogli di stagno, indicati nella figura con a e b. I due fogli erano collegati ai poli della macchina elettrica tramite i conduttori c e g. Tra i due fogli metallici erano disposti due sottili fili di platino opportunamente piegati. La loro forma permetteva ai fili di reggersi autonomamente sui punti di appoggio, mentre le estremità p e n entravano a contatto con la sostanza da analizzare. Questi due punti costituivano i veri “poli di decomposizione”, cioè le regioni in cui l’azione elettrica si concentrava. Faraday utilizzava generalmente piccoli dischi di carta imbevuti di diverse soluzioni, collocati sotto le punte p e n. Quando il circuito veniva chiuso, nelle immediate vicinanze dei due punti comparivano reazioni visibili (cambiamenti di colore, formazione di iodio, produzione di acidi o alcali) che rendevano evidente l’effetto dell’elettricità sulla materia.
L’intero sistema era pensato per ottenere superfici di contatto minime e facilmente controllabili: bastava spostare leggermente i fili di platino per interrompere o ristabilire il circuito. Questa semplicità operativa consentiva a Faraday di cambiare rapidamente soluzione e confrontare numerosi esperimenti.


La necessità di una nuova terminologia
Quando negli ultimi mesi del 1833 Faraday era ormai ad un punto avanzato con gli esperimenti sulla decomposizione elettrochimica, si rese conto di come la teoria e la terminologia del momento fossero del tutto insoddisfacenti. Secondo tali teorie, infatti, le piastre metalliche attraverso cui la corrente entra ed esce da una soluzione venivano considerate centri di forza analoghi ai poli di un magnete; le forze attrattive o repulsive emanate da questi poli separavano le molecole delle sostanze interposte tra di essi. Eppure, Faraday osservava che una volta liberati ai poli, l’idrogeno e l’ossigeno non vi restavano trattenuti, ma potevano fuggire liberamente andando in contrasto con la forza di attrazione ipotizzata. Inoltre, se tale ipotesi fosse stata vera, allora l’attrazione elettrica sarebbe stata più forte delle forze chimiche che tengono uniti idrogeno e ossigeno.6
Come anticipato prima, Faraday non aveva ben chiaro cosa ci fosse all’origine della decomposizione, ma aveva intuito che le teorie a lui contemporanee erano sbagliate e che ci fosse quindi la necessità di sottolineare nel modo più netto possibile il cambio tra le sue idee e quelle del passato.
In particolare, Faraday iniziò a rendersi conto che la vecchia terminologia non era più adatta a descrivere ciò che stava osservando. In Experimental Researches in Electricity-Fifth Series (giugno 1833) scrive infatti7:

“[...] the parts usually called poles [...]”

“[...] le parti abitualmente chiamate poli [...]”

e poco dopo aggiunge:

“[...] the power which is effectual in separating the elements is exerted there, and not at the poles.”

“[...] la forza efficace nel separare gli elementi viene esercitata lì, e non ai poli.”

Il tentativo appare quasi goffo: Faraday sta cercando di descrivere un nuovo concetto di decomposizione elettrochimica utilizzando una terminologia nata per una teoria con la quale lui stesso non è più d’accordo. Espressioni come “le parti abitualmente chiamate poli” mostrano chiaramente il disagio dello scienziato verso un linguaggio che continua a suggerire l’idea di attrazioni e repulsioni esercitate dai poli metallici, mentre Faraday comincia ormai a pensare che l’azione elettrica avvenga invece all’interno stesso della materia sottoposta a decomposizione.
A questo punto Faraday comprese che non bastava solamente elaborare una nuova teoria della decomposizione elettrochimica, ma serviva anche coniare un nuovo linguaggio.


La costruzione del nuovo linguaggio
Siamo nel dicembre del 1833 e dopo la pubblicazione della quinta serie delle Experimental Researches in Electricity, Faraday non ha ancora trovato le parole di cui ha bisogno per descrivere i propri esperimenti. Lo scienziato si rivolge ad un amico, nonché suo medico personale: il Dr. Whitlock Nicholl.
Whitlock Nicholl (1786–1838) fu un medico londinese, studioso e uomo di vasta cultura, che ebbe un ruolo importante nella vita personale e intellettuale di Faraday. Nicholl non era un semplice medico, infatti aveva interessi che spaziavano dalla fisiologia alla metafisica, dalla teologia alla filologia comparata. Per Faraday, Nicholl rappresentava molto più di un medico personale: era un interlocutore intellettuale privilegiato, capace di comprendere rapidamente idee scientifiche complesse e di discuterle criticamente. Faraday stesso scrisse che spesso si rivolgeva a lui “come filosofo e studioso” quando aveva bisogno di nuovi termini scientifici.
Proprio in uno dei loro scambi di vedute sulla terminologia scientifica, Nicholl suggerì a Faraday di sostituire i termini “poli” che erano “semplicemente le superfici o porte attraverso le quali l’elettricità entra o esce dalla sostanza soggetta a decomposizione”, con il termine electrodes (dal greco ἤλεκτρον + ὁδός, elektron + hodos “via” o “passaggio dell’elettricità”). Inoltre, propose che le sostanze che vengono “decomposte direttamente dalla corrente elettrica, con liberazione dei loro elementi” dovevano essere chiamate electrolytes (dal greco ἤλεκτρον + λυτός, elektron + lytos “che può essere sciolto o decomposto dall’elettricità”). Di conseguenza, l’espressione “electro-chemically decomposed” sarebbe diventata electrolyzed. L’elettrolita, una volta elettrolizzato, liberava due electrobeids (quelli che oggi chiameremmo ioni, dal greco ἤλεκτρον, elektron, e forse da βαίνειν, bainein, “andare”, oppure βηματίζειν, bematizein, “camminare”). Le estremità della soluzione a contatto con gli elettrodi, dove gli electrobeids si sviluppavano, vennero invece chiamate eisode (dal greco εἴσοδος, eisodos, “via d’ingresso”) ed exode (dal greco ἔξοδος, exodos, “via d’uscita”).
Nonostante questi termini compaiano nei quaderni di Faraday ed in una comunicazione inviata alla Royal Society,1,3 lo scienziato non era ancora completamente soddisfatto. Sentiva infatti il bisogno di distinguere tra l’electrobeid che si dirigeva verso l’eisode e quello che andava verso l’exode. Poco dopo, infatti, electrobeid venne sostituito con zetode (dal greco ζητεῖν + ὁδός, zetein + hodos, “ciò che cerca la via”), e i due zetodi furono designati come zeteisode e zetexode riprendendo quindi i nomi dati agli elettrodi.
Faraday esitava però ad accettare definitivamente eisode ed exode, poiché questi termini implicavano troppo fortemente che la corrente elettrica fosse un reale flusso di qualcosa (la scoperta dell’elettrone sarebbe arrivata molti decenni più tardi) che entra ed esce da una soluzione, anziché una semplice convenzione linguistica arbitraria. Infatti, l’avversione di Faraday per il termine “corrente” emerge più volte nei suoi lavori. Bloccato quindi tra una vecchia terminologia da cambiare ed una nuova che non lo soddisfaceva completamente, Faraday decide di chiedere aiuto ad un altro illustre studioso dell’epoca: William Whewell.
Il reverendo William Whewell8 era stato professore di Mineralogia a Cambridge, incarico dal quale si dimise nel 1832 a causa del gran numero di altri interessi che coltivava. Architettura, mineralogia, astronomia e teologia erano solo alcuni degli argomenti ai quali questo uomo capace e straordinariamente versatile si dedicava attivamente. A Cambridge e altrove la sua onniscienza sarebbe presto diventata leggendaria: “è un enciclopedista portentoso, e si dice che conosca ogni cosa sotto il sole persino meglio di coloro che la conoscono meglio”, scrisse un entusiasta visitatore nel 1858.7 Nonostante Whewell oggi non goda della stessa fama di scienziati della sua epoca, ha coniato centinaia di termini tra cui i celebri: “scientist” (scienziato) e “physicist” (fisico).8 Un curioso aneddoto sugli anni della vecchiaia di Whewell, racconta di una volta in cui egli andò a osservare la posa di un cavo telegrafico e trovò un operatore impegnato, a quanto gli fu detto, nel testare la conduttività del filo. Il vecchio ecclesiastico fu insolitamente soddisfatto nel ricevere questa informazione e raccontò al giovane tecnico, occupato nel suo lavoro, che quel termine era stato proprio lui a raccomandarlo,9 ed era lieto di sapere che quella parola avesse trovato posto nel vocabolario tecnico.
Poco prima di scrivere a Whewell, Faraday si ricordò di un’ipotesi avanzata da Ampere poco dopo il celebre esperimento di Ørsted del 1820 che dimostrava l’esistenza dell’elettromagnetismo.10 L’ipotesi suggeriva che, così come due poli magnetici (nord e sud) possono essere prodotti sopra e sotto un anello di filo percorso da una corrente, allora il magnetismo terrestre può derivare dalla presenza di una corrente elettrica che circola attorno all’equatore da est verso ovest.
Faraday, quindi, nella sua lettera a Whewell, dopo aver descritto il suo esperimento e dopo aver spiegato l’uso delle parole suggeritegli da Nicholl, decide di paragonare il passaggio dell’elettricità in una soluzione a questo grande fenomeno terrestre e propone egli stesso dei nuovi termini basati proprio su questa analogia naturale.

“[…] But the idea of a current especially of one current is a very clumsy hypothetical view of the state of Electrical forces under the stances. The idea of two currents seems to me still more suspicious, and I have little doubt that the present view of electric currents and by which we try to conceive of them will soon pass away[…]. I think therefore if I were to call c the east-ode and b the west-ode […] But Eastode or Westode or Oriode and Occiode are names which a scholar could not suffer I understand for a moment, and anatolode and dysiode have been offered me instead. Now can you help me out to two good names not depending upon the idea of a current in one direction only or upon positive or negative, and to which I may add the prefixes zet or zeto so as to express the class to which any particular zetode may belong? […]

“[…] Ma l’idea di una corrente, specialmente di un’unica corrente, è una visione ipotetica molto goffa dello stato delle forze elettriche in quelle circostanze. L’idea di due correnti mi sembra ancora più sospetta; ho un po’ di dubbi che l’attuale concezione delle correnti elettriche, e il modo in cui cerchiamo di rappresentarcele, presto scomparirà. […] Penso dunque che, se chiamassi c east-ode e b west-ode […] Ma Eastode o Westode, oppure Oriode e Occiode, sono nomi che, mi dicono, uno studioso non potrebbe tollerare nemmeno per un momento, e al loro posto mi sono stati proposti anatolode e dysiode. Ora, puoi aiutarmi a trovare due buoni nomi che non dipendano né dall’idea di una corrente che scorre in un’unica direzione, né dai concetti di positivo e negativo, e ai quali io possa aggiungere i prefissi zet o zeto, così da esprimere la classe alla quale un particolare zetode possa appartenere? […]

Da questa lettera di Faraday a Whewell appaiono chiare due cose: la prima è che Faraday ha capito che la concezione di corrente della scienza dell’epoca verrà rivista e soppiantata e quindi vuole delle parole che rimangano nel tempo nonostante il cambio di teoria; la seconda è l’urgenza che lo scienziato ha nel voler trovare questa nuova terminologia. Infatti, l’articolo in cui descrive l’esperimento sulla decomposizione elettrolitica è già stato inviato alla Royal Society e vuole trovare i nomi corretti per quando l’editore gli chiederà di correggere le bozze dell’articolo.
La risposta di Whewell non tarda ad arrivare.

“[…] I have considered the two terms you want to substitute for eisode and exode, and upon the whole I am disposed to recommend instead of them anode and cathode […] I may mention too that anodos and cathodos are good genuine Greek words, and not compounds coined for the purpose. If however you are not satisfied with these, I will propose to you one or two other pairs. For instance, dexiode and sceode (skaiode if you prefer it) may be used to indicate east and west, agreeably to Greek notions and usages, though their original meaning would be right and left […]. Another pair, orthode and anthode, which mean direct and opposite way […] Upon the whole I think anode and cathode much the best. […]

“[…] Ho riflettuto sui due termini che desideri sostituire a eisodo ed exodo e, nel complesso, sono incline a raccomandare al loro posto anodo e catodo […] Posso inoltre osservare che anodos e cathodos sono autentiche parole greche, e non composti creati appositamente allo scopo. Se tuttavia non fossi soddisfatto di questi termini, potrei proporti un altro paio di alternative. Per esempio, dexiodo e sceodo (skaiodo, se lo preferisci) potrebbero essere usati per indicare est e ovest, in accordo con le concezioni e gli usi greci, sebbene il loro significato originario sia “destra” e “sinistra” […] Un’altra coppia, orthodo e anthodo, che significano “via diretta” e “via opposta” […] Nel complesso, ritengo anodo e catodo decisamente i migliori. […]”

Whewell proponeva quindi di sostituire eisode ed exode con anode e cathode, termini derivati dalle parole greche ἄνοδος (anodos, “via verso l’alto”) e κάθοδος (kathodos, “via verso il basso”).11
Nella stessa lettera Whewell si spinge anche oltre e suggerisce a Faraday di abbandonare la parola zetode.

[…] I have already said that I like most of your new words very well, there is one which I should be disposed to except from this praise; zetode. […]Perhaps the Greek word stecheon (or stoichion) answer the purpose. It has already a place in our scientific language term stoecheiometry. […] I think anastecheon and catastecheon might indicate the two stecheons.[…]

[…] Ho già detto che mi piacciono molto quasi tutti i tuoi nuovi termini; ce n’è però uno che sarei incline a escludere da questo elogio: zetodo. […] Forse la parola greca stecheon (o stoichion) potrebbe rispondere allo scopo. Essa possiede già un posto nel nostro linguaggio scientifico nel termine stoichiometria. […] Penso che anastecheone e catastecheone potrebbero indicare i due stecheoni. […]”.

Nonostante l’autorevolezza di Whewell e l’accuratezza delle sue proposte, Faraday non sembra del tutto convinto e con una lettera di risposta ringrazia cordialmente Whewell. Nella stessa lettera gli comunica inoltre che “anodo” e “catodo” hanno per lui un buon suono, ma non li userà, perché a detta anche dei suoi colleghi e amici la preposizione “an- “davanti alla parola “anodo” per un inglese suona come una negazione e quindi tale parola assumerebbe per la maggior parte degli utilizzatori il significato di “nessuna via”.
A questa lettera di Faraday segue immediatamente la replica di Whewell che difende con decisione le sue proposte ed insiste sul considerare “anodo” e “catodo” come termini corretti da usare. Dopodiché Whewell fa un passo in più e propone a Faraday di cambiare i termini per gli elementi costituenti la soluzione da lui stesso proposti, arrivando di fatto a quella che poi sarà la terminologia che tutt’oggi usiamo.

[…] Anodos (ἄνοδος) and cathodos (κάθοδος) do really mean in Greek a way up and a way down; and anodos (ἄνοδος) does not mean, and cannot mean, according to the analogy of the Greek language no way. […] If you take anode and cathode, I would propose for the two elements resulting from electrolysis the terms anion (ἀνιόν) and cation (κατιόν), which are neuter participles signifying that which goes up, and that which goes down; and for the two together you might use the term ions (ἰόντα), instead of zetodes or stechions. […] The anion (ἀνιόν) is that which goes to the anode (ἄνοδος), the cation (κατιόν) is that which goes to the cathode (κάθοδος). […]

[…] Anodos (ἄνοδος) e cathodos (κάθοδος) significano realmente in greco “via verso l’alto” e “via verso il basso”; e anodos non significa, né può significare, secondo l’analogia della lingua greca, “nessuna via”. […] Se adotti anodo e catodo, proporrei per i due elementi risultanti dall’elettrolisi i termini anione e catione, che sono participi neutri che significano “ciò che sale” e “ciò che scende”; e per indicare entrambi insieme potresti usare il termine ioni, invece di zetodes o stechions. […] L’anione è ciò che va verso l’anodo; il catione è ciò che va verso il catodo. […]"

Whewell conclude la lettera spiegando poi nel dettaglio le etimologie greche dei termini proposti, ricollegandoli anche a quel fenomeno naturale tanto caro a Faraday.

[…] ἀνά (ana), upwards, ὁδός (hodos), a way; the way which the sun rises.
κατά (kata), downwards, ὁδός (hodos), a way; the way which the sun sets.
ἀνιόν (anion), that which goes up (neuter participle).
κατιόν (cation), that which goes down. […]

[…] ἀνά (ana), “verso l’alto”; ὁδός (hodos), “via”: la via lungo la quale il sole sorge.
κατά (kata), “verso il basso”; ὁδός (hodos), “via”: la via lungo la quale il sole tramonta.
ἀνιόν (anion), “ciò che sale” (participio neutro).
κατιόν (cation), “ciò che scende”. […]

Prima di riuscire a ricevere questa lettera da Whewell, Faraday, impaziente, gliene scrive un’altra in cui propone alcuni nomi alternativi per gli elettrodi: “Voltode” e “Galvanode” oppure “Alphode” e “Betode”. Whewell li sconsiglia vivamente poiché assegnati in maniera del tutto arbitraria.
Faraday a quel punto si convince e scrive a Whewell che i colleghi gli hanno mosso numerose critiche su tutte le terminologie proposte,12 ma scegliendo quelle da lui suggerite ha potuto usare come scudo l’autorità in materia dello stesso Whewell e a quel punto nessuno ha più obiettato.

[…] but when I held up the shield of your authority it was wonderful to observe how the tone of objection melted away.

[…] ma quando ho innalzato lo scudo della tua autorità, fu straordinario osservare come il tono delle obiezioni si dissolse.


Pubblicazione e affermazione dei nuovi termini
Faraday pubblica quindi per la prima volta i termini “elettrodo”, “anodo”, “catodo”, “ione”, “anione” e “catione” nel suo Experimental Researches in Electricity-Seventh Series (febbraio 1834).13
Nonostante l’intenso sforzo per coniare i nuovi termini e nonostante la loro pubblicazione fosse ormai avvenuta, negli anni successivi sia Faraday che Whewell cercarono di cambiare alcune delle parole proposte. Nella maggior parte dei casi, tali modifiche riguardavano cambi ortografici per guidare la pronuncia, come ad esempio l’utilizzo della dieresi sulle “i” di anïon, catïon e ïon, oppure l’utilizzo del “th” anche nella parola “cathion”. Tali modifiche generarono un po' di confusione tra gli scienziati che le usarono nelle maniere più disparate negli anni a seguire, ma che non intaccarono mai l’etimologia ed il significato delle stesse.
Nonostante altri scienziati abbiano provato a sostituire o implementare la terminologia proposta da Faraday (creando spesso confusione), una generazione più tardi Tyndall scriverà14 che “anodo” e “catodo” sono frequentemente usati. Lo stesso Tyndall però ammette che “anione”, “catione” e “ione” vengono invece impiegati meno frequentemente. Per una larga diffusione di questi ultimi termini citati15 bisognerà infatti aspettare la fine del 1800, quando anioni e cationi vennero finalmente identificati come sostanze aventi una reale esistenza in soluzione.
L’importanza di questi termini coniati da Faraday, Whewell e Nicholl ha continuato ad influenzare la terminologia scientifica anche a più di un secolo di distanza. Il suffisso “-on”, infatti, derivato da ion, è presente anche in parole più moderne come electron, proton, neutron e molte altre particelle subatomiche.

Am I not a bold man, ignorant as I am to coin words but I have consulted the scholars.

Non sono forse un uomo audace, inesperto come sono nel coniare parole? Ma ho consultato gli studiosi.


Riferimenti
(1) Ross, S. Faraday Consults the Scholars: The Origin of the Terms of Electrochemistry. Notes and Records of the Royal Society of London, 1961, 16 (2), 187.
(2) Non ho volutamente utilizzato il termine “decomposizione elettrochimica”, perché fu lo stesso Faraday ad introdurlo in una pubblicazione del 1834.
(3) La corrispondenza Faraday–Whewell conservata presso la biblioteca del Trinity College consiste in 42 lettere di Faraday a Whewell e 25 lettere di Whewell a Faraday. Le lettere di Faraday entrarono in possesso della biblioteca alla morte di Whewell. Le lettere di Whewell si trovavano invece tra le carte di Faraday, che passarono nelle mani di vari eredi prima di essere donate al Trinity College.
(4) Faraday, M. Experimental Researches in Electricity. Vol. 1, London, R. and J. E. Taylor, 1839.
(5) Faraday, M. Experimental Researches in Electricity. Vol. 1, London, R. and J. E. Taylor, 1839, pag. 131-132.
(6) Faraday, M. Experimental Researches in Electricity. Vol. 1, London, R. and J. E. Taylor, 1839, pag. 142.
(7) Faraday, M. Experimental Researches in Electricity-Fifth Series, Phil. Trans. R. Soc 1832, pag. 680
(8) (a) Ross, S. Scientist: The Story of a word, Annals of Science, 1962, 2 (18), 65. (b) Todhunter, I. William Whewell, an account of his writings, with selections from his literary and scientific correspondence. London 1876
(9) Whewell, W. The Philosophy of the Inductive Sciences, London, 1840
(10) Oersted, H. C. Experiments on the effect of a current of electricity on the magnetic needles. Annals of Philosophy. 1820, 16, 273.
(11) I termini greci ἄνοδος (anodos) e κάθοδος (kathodos), utilizzati da Whewell per costruire anode e cathode, compaiono anche nella terminologia delle Tesmoforie, antiche festività greche dedicate a Demetra e Persefone, dove indicavano rispettivamente l’“ascesa” e la “discesa” rituale legate al mito del ritorno di Persefone dal mondo sotterraneo.
(12) Nella stessa lettera Faraday paragona la propria situazione alla favola del mugnaio, del figlio e dell’asino (attribuita ad Esopo), in cui il tentativo di soddisfare le opinioni di tutti conduce inevitabilmente a continue critiche e contraddizioni.
(13) Faraday, M. Experimental Researches in Electricity-Seventh Series, Phil. Trans. R. Soc 1834, pag. 78
(14) Tyndall, J. Faraday as a discoverer, London, 1868, pag. 55
(15) Thompson, S. P. Michael Faraday, his life and work, London, 1898, pag. 143

Il Piccolo Cimento
Giornale dipartimentale
di divulgazione scientifica

Università di Pisa
Dipartimento di Chimica
e Chimica Industriale

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