IL PICCOLO CIMENTO
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Articolo di Daniel Morreale

danza-quantistica-dna

La fotochimica sfida spesso le regole comuni previste da Born–Oppenheimer: elettroni e nuclei si influenzano così rapidamente da non poter essere considerati come separati nei loro moti. In questi casi, le intersezioni coniche permettono alle molecole di cambiare ’pista’ in pochi femtosecondi, dissipando energia e prevenendo reazioni potenzialmente dannose. Il metodo Surface Hopping (SH) consente di simulare questi processi e di visualizzare la dinamica reale delle molecole eccitate. Studiando le basi azotate del DNA, emerge come la loro straordinaria foto-stabilità dipenda proprio da questi rapidi salti tra superfici di energia potenziale (PES). La dinamica non adiabatica è la chiave per capire come la luce interagisce con la materia vivente.

Introduzione: la danza della materia
Immaginate la chimica come una danza. Nella maggior parte dei casi è un valzer ordinato: i nuclei atomici, pesanti e lenti come elefanti, si muovono con passo costante, mentre gli elettroni, leggeri e scattanti come mosche, ronzano attorno a loro, adattandosi all’istante a ogni minimo movimento. Questa è l’immagine rassicurante offerta dall’approssimazione di Born-Oppenheimer (BO). Su di essa costruiamo quasi tutto: orbitali, modelli di reattività, superfici di energia potenziale ecc. Una coreografia pulita, prevedibile, stabile. Ma a volte la musica cambia. I nuclei iniziano a muoversi troppo in fretta, le ’mosche elettroniche’ non riescono più a seguirli, e la chiara distinzione tra il passo degli uni e il volo degli altri svanisce. La danza si trasforma in una folla caotica in cui nessuno guida più nessuno. È in questo regime estremo, il regno frenetico della fotochimica, che l’approssimazione di BO fallisce. Tuttavia, proprio in questo fallimento si nasconde uno dei meccanismi più eleganti e vitali della chimica moderna: quello che impedisce alla luce del sole di distruggere il nostro DNA ogni volta che lo colpisce.


Born-Oppenheimer e i suoi limiti: coreografia classica e inciampi
Per uno studente di chimica, l’approssimazione di Born–Oppenheimer è una vera e propria comfort zone. Ci permette di separare il movimento lento dei nuclei da quello rapidissimo degli elettroni. In pratica, si possono congelare gli elefanti e vedere come le mosche vi si dispongono attorno. Da qui nascono le superfici di energia potenziale (PES): mappe in cui i nuclei si muovono mentre gli elettroni si riorganizzano intorno a loro ’in tempo reale’.
Il problema è che questa coreografia funziona soltanto quando gli stati elettronici sono ben separati in energia. Appena una molecola assorbe luce ultravioletta (UV), essa viene spinta in uno stato eccitato, la cui PES può avvicinarsi fino a toccarsi con la PES di un altro stato (come in Figura 1). Quando ciò accade, la distinzione tra ‘mosche che seguono’ ed ‘elefanti che guidano’ si sgretola all’improvviso.

danza quantistica dna fig1
Figura 1. La separazione dei moti nucleari ed elettronici funziona solo lontano dalle intersezioni coniche (CI).

Questi punti di contatto, le intersezioni coniche (CI), sono veri e propri imbuti energetici: in queste regioni, i due ’pavimenti’ (stato eccitato e fondamentale) si toccano [1]. Qui la distinzione tra il passo lento dei nuclei e il rapido volo degli elettroni crolla del tutto. La molecola non ’vive’ più su una singola superficie, ma può saltare bruscamente dall’una all’altra, cambiando destino in pochi femtosecondi. È in queste zone di caos controllato che si gioca gran parte della fotochimica moderna.


Salti fra piste quantistiche: il metodo Surface Hopping
Una volta riconosciuto che le molecole eccitate non vivono su una sola PES, la domanda appare scontata: come si descrive un sistema che deve, per natura, cambiare pista mentre corre? Per decenni questo è stato un problema quasi inaffrontabile: gli elettroni e i nuclei si influenzano in modo così violento, nelle intersezioni coniche, che la separazione prevista dalla dinamica classica diventa inapplicabile. Nel 1990, John Tully propose un’idea disarmante nella sua semplicità, ma che si rivelò vincente: trattare nuclei ed elettroni con due linguaggi diversi e lasciarli comunicare solo quando necessario. Nasce così il metodo Fewest Switches Surface Hopping (FSSH) [2], un algoritmo ibrido in cui i nuclei seguono traiettorie classiche, guidati dalle forze di una PES alla volta; la funzione d’onda elettronica rimane quantistica e si calcola, ad ogni step, la popolazione di ciascuno stato eccitato. La parte davvero geniale è il meccanismo con cui si stabilisce se saltare o meno. È come se il sistema lanciasse, ad ogni step dei dadi; ma attenzione: sono dadi truccati dalla meccanica quantistica.

danza quantistica dna fig2


Figura 2. Le basi del DNA dissipano rapidamente l’energia assorbita, sono quindi fotostabili.

Se l’accoppiamento non adiabatico tra gli stati (quanto i due stati si ’parlano’) è forte e la velocità con cui i nuclei attraversano tale regione è alta, la probabilità di vincere (e quindi di saltare) diventa altissima. Se i ’dadi quantistici’ lo permettono, la traiettoria salta istantaneamente da uno stato all’altro, e le velocità nucleari vengono modificate, al fine di conservare l’energia totale. È un po’ come seguire un ballerino che, mentre danza su una pista, all’improvviso ne vede un’altra più in basso e vi atterra senza perdere il ritmo. Ma cosa accade quando la pista di arrivo è più in alto di quella attuale? Nei casi in cui l’algoritmo preveda un salto verso uno stato a energia superiore si può assistere al cosiddetto “salto frustrato” e ciò avviene se i nuclei non hanno abbastanza energia cinetica per ’pagare’ il dislivello, il salto viene vietato e la molecola rimbalza sulla superficie originale; proprio come un ballerino che non ha abbastanza slancio per completare un’acrobazia.
Il Surface Hopping non pretende dunque di risolvere il problema quantistico per intero (in quanto, come ben sappiamo, sarebbe impossibile per sistemi reali più complessi dell’atomo di idrogeno), ma costruisce un ’film statistico’. In pratica vengono simulate centinaia o addirittura migliaia di traiettorie, ognuna con salti e percorsi propri. La loro media ricostruisce il destino della molecola: se, quando e come ritorna allo stato fondamentale. È questa capacità di unire dinamica classica e quantistica in una danza probabilistica che rende il SH lo strumento chiave per comprendere i processi ultra-rapidi caratteristici delle reazioni fotochimiche.


Il DNA in pista
Per capire quanto la dinamica non-adiabatica sia più di un semplice artificio teorico, basti pensare alla molecola più celebre della biologia: il DNA. Le basi azotate assorbono luce UV in modo estremamente efficiente, con un massimo intorno ai 260 nm [3]. L’energia associata a questi fotoni è sufficiente a spezzare legami chimici forti: in linea di principio, un’esposizione al sole dovrebbe devastare il nostro genoma in pochi minuti. Eppure, ciò non accade. Le basi del DNA sono tra le molecole più fotostabili che si conoscano; restano eccitate per appena qualche femtosecondo, un tempo troppo breve perché subiscano reazioni di degradazione. Il motivo alla base non è un caso: l’evoluzione ha selezionato queste specifiche molecole perché dotate di intersezioni coniche estremamente accessibili, veri e propri scivoli quantistici verso la stabilità.

Il metodo SH ha permesso di indagare e comprendere a fondo questo meccanismo. La dinamica elettronica è così veloce da stabilire il destino della molecola prima che qualsiasi legame possa rompersi. Guardiamo il processo più in dettaglio:

  • Eccitazione: un fotone UV colpisce una base azotata (ad esempio l’adenina) e un elettrone viene promosso a uno stato eccitato. La molecola sale dunque su una nuova “pista” energetica.
  • Distorsione: sulla superficie eccitata, la molecola si piega e si distorce, spesso rompendo la sua planarità, ’scivolando’ lungo la pendenza della superficie, diretta verso l’imboccatura della CI.
  • Salto: non appena raggiunge quella strettoia quantistica, la molecola compie un salto istantaneo allo stato fondamentale. La danza procede sulla nuova pista senza esitazioni.
  • Dissipazione: l’energia del fotone non viene usata per rompere legami, ma trasformata in vibrazioni e calore, che l’acqua, presente nell’ambiente circostante, assorbe immediatamente. Il potenziale dannoso del fotone risulta convertito in innocua energia termica.

In termini tecnici, il DNA esegue una conversione interna ultrarapida che neutralizza l’eccesso di energia prima che possa innescare reazioni fotochimiche dannose, come la formazione di dimeri di timina, precursori molecolari diretti di carcinomi e melanomi. La nostra sopravvivenza sotto la luce del sole è, letteralmente, una conseguenza della topologia delle superfici di energia delle basi azotate.


Conclusioni
La fotochimica ci mostra con estrema chiarezza che tutta la chimica non può essere ridotta alla visione statica offerta dall’approssimazione di Born-Oppenheimer. Quando le superfici di energia potenziale si avvicinano e gli stati elettronici si mescolano, la molecola non segue più un’unica traiettoria: cambia pista, redistribuisce energia, altera il proprio destino nel giro di qualche femtosecondo. Le intersezioni coniche non sono anomalie, quanto più snodi funzionali del comportamento molecolare. Il Surface Hopping ha reso possibile l’indagine di questi processi e la costruzione di un modello utile applicabile a sistemi reali. Non ricerca l’esattezza formale, ma qualcosa di più prezioso: un racconto dinamico che cattura come le molecole interagiscono con la luce, di cui il caso del DNA ne è un esempio calzante. La foto-stabilità delle basi azotate non è garantita da legami particolarmente forti, ma dalla loro capacità di sfruttare intersezioni coniche facilmente accessibili per dissipare l’eccesso di energia in maniera ultra-rapida. La vita sotto la luce del sole esiste perché´ queste molecole hanno avuto la possibilità di ’saltare’ al momento giusto. In questo senso, la chimica è davvero una danza: non quella ordinata e lineare che immaginiamo per comodità, ma una danza che improvvisa quando serve, che sfrutta la complessità anziché evitarla. Comprendere la dinamica non-adiabatica non è quindi un capriccio teorico, ma una chiave per vedere la materia per ciò che è davvero: un sistema in continua transizione e improvvisazione.


Riferimenti
[1] David R Yarkony. “Diabolical conical intersections”. In: Reviews of Modern Physics 68, 4 (1996), p. 985.
[2] John C Tully. “Molecular dynamics with electronic transitions”. In: The Journal of Chemical Physics 93, 2 (1990), pp. 1061–1071.
[3] Anastassia Alexandrova, John Tully, and Giovanni Granucci. “Photochemistry of DNA fragments via semiclassical nonadia-batic dynamics”. In: Biophysical Journal 98, 3 (2010), 43a.

Il Piccolo Cimento
Giornale dipartimentale
di divulgazione scientifica

Università di Pisa
Dipartimento di Chimica
e Chimica Industriale

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